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MAGGIORE GIUSTIZIA SOCIALE PER UNA CONVIVENZA EGUALITARIA

Lo scoppio della pandemia da coronavirus (COVID-19) ha generato un impatto ancora più devastante sulla crisi economica preesistente, causando un aumento delle disuguaglianze tra i paesi, così come tra i diversi gruppi di lavoratori e cittadini. Le ultime stime dell' OIL evidenziano che già prima della pandemia erano circa 190 milioni le persone disoccupate, di cui 64,8 milioni erano giovani e, relativamente alla qualità del lavoro, circa 300 milioni di persone vivevano in condizioni di povertà estrema. Le categorie che hanno maggiormente subito tale peggioramento occupazionale sono, dunque, accanto ai giovani, le donne e i lavoratori più vulnerabili.

Un divario così sviluppato tra i lavoratori e un'economia in ribasso genera un enorme quantità di flussi migratori tra i giovani verso Paesi con un’economia stabile e garantita per tutti. Alla crisi pandemica si affianca, inoltre, una crescita esponenziale dello smart working al fine di consentire la continuazione di molte attività aziendali contribuendo quindi anche al progresso dell'economia digitale; tuttavia, non tutti i lavoratori ne hanno potuto usufruire per il tipo di lavoro ma soprattutto per il divario digitale esistente. L'OIL afferma,infatti, come nel mondo, solo il 53,6 per cento delle famiglie ha accesso a Internet, nei paesi ad economia emergente la percentuale di accesso è solo del 15 per cento.

Ancora, l’evoluzione della globalizzazione ha creato da un lato opportunità lavorative ma dall’altro ha contribuito agli effetti negativi di tale modello sociale, infatti la concorrenza tra le aziende ha provocato delocalizzazioni e perdite di posti di lavoro. Secondo l'Unione Europea(UE) e l'Organizzazione mondiale del commercio(OMC), i settori fra quelli più gravemente colpiti risultano essere quelli manifatturiero e metallurgico. I Paesi destinatari più colpiti sono principalmente l'Africa e l'Asia.
La delocalizzazione causa l'abbattimento dei confini e la fusione delle varie culture in un'unica dettata proprio dal mercato, perdendo la propria individualità; così come per il mercato culinario e per il vestiario che si orientano sempre più verso quello economicamente più vantaggioso, togliendo velocemente lavoro a realtà più piccole e locali.

Le aziende più grandi si spostano all’estero invece di investire nel proprio Paese, generando flussi di lavoratori che arricchiscono i Paesi esteri ma impoveriscono il Paese di origine accanto ad una richiesta sempre più alta da parte dei datori di lavoro di una maggiore flessibilità agli spostamenti dei dipendenti rendendoli sempre più precari.

Infine l’aumento dei flussi migratori dai paesi disagiati aumentano lo sfruttamento di manodopera, incrementando il lavoro in nero, sottopagato, causando una condizione di disagio, senza favorirne l'integrazione. Tali cambiamenti e sviluppi della società sono preoccupanti per il futuro economico e lavorativo; è dunque necessario costruire e mettere in atto un piano di giustizia sociale ed economica (welfare state),come proposto,infatti,all'interno dello stesso forum disuguaglianze diversità, all' interno del quale viene presentato,dunque, un piano sociale che possa garantire la fine delle disuguaglianze, attraverso la crescita di un lavoro dignitoso, grazie all’attenzione verso le aspirazioni di tutti i lavoratori e lavoratrici.

La base di un welfare state vede, inoltre, la promozione di una ripresa inclusiva e sostenibile incentrando le politiche di ripresa sulla persona, la proposta della fine del divario tra i sessi e nel digitale tra i Paesi e infine di un' industria competitiva che si incentri sull'aumento della domanda e dell'offerta di lavoro, sul miglioramento della qualità del lavoro e sulla promozione di pari opportunità per un'integrazione sociale e per combattere la povertà, producendo posti di lavoro in Europa al fine di bloccare, di conseguenza, anche i flussi migratori verso l’esterno.

La promozione di giustizia sociale è necessaria per lo sviluppo di una convivenza che sia pacifica e che si basi sull'uguaglianza che non sia solo economica ma di genere, età, etnia, religione, cultura e disabilità.
Eva Leoci, studentessa SCOPSI, Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari

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