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I migranti tra caporalato e mafia

Le vittime di mafia censite nel 2018 da Libera hanno tutte nome straniero. Sono coloro che hanno perso la vita a causa del caporalato, dipendente dalle mafie, che rende questi cittadini degli schiavi, sfruttandoli e trasformandoli solo in delle “bestie da lavoro”. I caporali, in accordo con le associazioni mafiose da cui hanno un ricompenso, selezionano le persone da portare sul luogo di lavoro. Le condizioni umane sono disastrose; lavorano anche per poco più di un euro l’ora e la giornata lavorativa può durare anche 12-13 ore.

Don Luigi Ciotti ci pone davanti ad una questione dura e difficile. Afferma che in Italia c’è molta ignoranza, che gli italiani hanno “paura” di conoscere l’altro a causa di pregiudizi e luoghi comuni, ma solo se si conosce l’altro si può scoprire che non è diverso da noi. Lo Stato deve frenare queste situazioni perché le leggi devono tutelare i diritti di ogni essere umano. I veri nemici, dichiara Ciotti, sono le mafie, la povertà, la disoccupazione non i migranti che scappano dal loro paese per cercare una vita migliore, per fuggire via dalle guerre, dalla fame e dalla miseria.

Si mettono ora in luce due episodi di migranti, vittime di violenze e intimidazioni.
Il 23 luglio 2019 tre ragazzi sono stati aggrediti mentre percorrevano in bici la Statale 89 per recarsi a lavoro. Gli aggressori erano a bordo di una macchina e hanno lanciato varie pietre contro tali ragazzi tra i 20 e i 30 anni. Non è un episodio isolato dato che alcuni giorni prima era avvenuto un altro atto simile nella stessa zona.

Tutto questo ci conferma che siamo un Paese in cui l'odio sta prendendo sempre più il sopravvento. Si vive costantemente con la crescita di idee razziste nei confronti del diverso. È giusto, arrivati a questo punto, lottare affinché si ritrovi l'Umanità che deve appartenere di natura ad ognuno di noi per non rivivere momenti della storia che hanno già segnato duramente il genere umano.

Thomas Yeboah, ghanese di 33 anni, faceva il bracciante nei pressi di Lucera e viveva in uno dei tanti ghetti esistenti nella provincia Foggia. Dopo un lungo periodo di sfruttamento, decide di voler scappare da quella realtà che non lo aiuta a vivere dignitosamente. Voleva raggiungere la Spagna. Sì voleva, perché non avendo un permesso di soggiorno non è riuscito a passare il confine. Torna nella provincia di Foggia, nello specifico a San Severo, dove compra una corda e si impicca ad un albero. L’ennesima vittima del caporalato, l’ennesima vita spezzata, l’ennesimo invisibile della società.

Sono davvero troppe le tristi testimonianze di migranti vittime del caporalato e di conseguenza della mafia. A questa gente viene tolta la dignità, valore che dovrebbe essere fondamentale. I migranti troppo spesso vivono in condizioni disastrose, con un salario vergognoso, nonostante le infinite ore di lavoro.

Lo straniero non deve essere mai visto come tale ma deve essere visto come persona e in quanto tale rispettata da ogni punto di vista. I secoli passano, gli anni scorrono, si può accettare di vivere in un mondo dove esistono ancora queste differenze sociali e culturali?

I giovani devono cambiare questa visione dello straniero, bisognerebbe sensibilizzare i ragazzi organizzando degli incontri, principalmente nelle scuole e magari nelle università, con le vittime stesse del caporalato così da poter ascoltare, in modo diretto, le testimonianze di chi ogni giorno subisce e combatte questo orrendo fenomeno. Altri canali per sensibilizzare i giovani sono sicuramente i social, potrebbero essere create delle pagine dedicate alle vittime di caporalato, tramite le quali vengono messe in evidenza le loro storie per denunciare ciò che ingiustamente subiscono.
Carolina Campanozzi, studentessa SCOPSI Università degli Studi di Bari Aldo Moro, matricola 754447

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