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Variante Europea
Illustrazione di Fabio Sironi

La pandemia da Covid-19 ha fortemente ridimensionato le aspettative di chi pensava ad un’Europa più unita. Di fatto, l’emergenza in un primo momento ha spiazzato tutti gli stati ed i loro cittadini, ma sin da subito è stato evidente che ognuno avrebbe dovuto pensare per sé.

La prima mossa, comune, è stata la chiusura dei confini intra-europei. In seguito, non sono mancate le bordate senza esclusione di colpi tra politici di nazioni differenti, quando a tenere banco era la discussione sugli aiuti che l’UE avrebbe dovuto stanziare per gli stati membri.

L’atteggiamento ostile è radicato nella prima parte della pandemia, dove l'Italia sembrava l’unica ad aver davvero accusato il colpo. La situazione è radicalmente cambiata nel momento in cui si è capito di trovarsi d’innanzi ad una situazione incontrollabile. A quel punto l’Italia godeva di un vantaggio decisivo essendo stata la prima ad affrontare il virus, adottando diverse misure restrittive per i propri cittadini.

Il colpevole ritardo con il quale gli altri stati dell’Unione hanno affrontato l’emergenza, rincorrendo per lo più le misure applicate dal Bel Paese, hanno contribuito ad aumentare le distanze ed alla frammentazione delle idee, già abbastanza divergenti.

Per esempio, in questo periodo l’Italia ha visto una crescita esponenziale dei movimenti euroscettici, per via della sensazione generale di abbandono nel momento del bisogno. Movimenti che, in tempi non sospetti, sono cresciuti in tutti i paesi comunitari e che hanno portato anche all’uscita dall’UE da parte della Gran Bretagna.

Sebbene l’Unione verta su politiche comuni di tipo principalmente sociale ed economico, la pandemia da Sars-CoV 2 ha riportato alla luce i problemi derivanti dalla mancanza di unità d’intenti.

Andando a ritroso nel tempo, il rapporto tra gli italiani e l'UE è stato pieno di alti e bassi. I primi anni, quelli cioè che vanno dal Trattato di Maastricht fino agli anni 90, sono quelli di massima fiducia. «Dal 1992 in poi, invece, la propensione favorevole per il progetto di integrazione europea conosce le prime significative flessioni. Ad esempio, esaminando l'andamento dell'indicatore di membership (la classica domanda che sollecita gli intervistati a dichiarare il loro gradimento nei confronti dell'appartenenza della propria nazione all'Europa unita), si registra una flessione di 39 punti, dal 76% del 1992 al 37% del 2017» (Serricchio, 2019).

Nonostante una timida inversione di tendenza nel 2018, se il focus si sposta sulla moneta unica, il sentimento non è affatto positivo con solo il 38,4% degli intervistati che pensa all'Euro come un elemento positivo. Sebbene il livello di fiducia attuale verso l'Unione Europea non è altissimo, se paragonato a quello di altre istituzioni, assume un livello apprezzabile ed è di poco inferiore a quello dell'attuale Presidente della Repubblica. (cfr. Serricchio 2019)

Foto dal sito "Oltre la Linea"

È vero che l’UE ha avuto il grande merito di mettere fine ai conflitti armati nel continente. Ma è vero anche che il conflitto ha solo cambiato forma. Oggigiorno, è chiaro a tutti che un’Europa ideale dev’essere unita sotto tutti i punti di vista, compreso quello sanitario e saper reagire come un’unica squadra che rema nella direzione, senza preconcetti.

Le possibili soluzioni per diminuire lo scetticismo italiano verso l'Europa possono essere diverse: agire con equità, dare una linea di comunicazione unitaria che non tenga troppo conto delle diseguaglianze esistenti tra gli stati membri. È necessaria costanza e pazienza, politiche di sensibilizzazione ed informazione sui vantaggi che l'appartenenza all'UE può dare. Insegnare nella scuola primaria e secondaria una sorta di 'educazione europea', che possa anche formare un nuovo pensiero nelle generazioni che verranno.

A cura di Michele Marco D’Auria, studente SCOPSI, Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari.

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