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Valori e diritti . Elisa Fanelli
Articolo sulla tematica Valori e Diritti Il valore del rispetto della dignità umana, dei diritti e dell’uguaglianza delle donne. Quando si tratta del tema “valori e diritti”, viene subito alla mente il recente REGOLAMENTO (UE) 2021/692 del Parlamento europeo e del Consiglio del 28 aprile 2021, che istituisce il programma cittadini, uguaglianza, diritti e valori e abroga il regolamento (UE) n. 1381/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio e il regolamento (UE) n. 390/2014 del Consiglio, ormai datato. Di valori e diritti ha parlato recentemente anche il Presidente della Repubblica nel suo discorso inaugurale per il reinsediamento, allorquando ha detto che “affinché la modernità sorregga la qualità della vita e un modello sociale aperto, animato da libertà, diritti e solidarietà, è necessario assumere la lotta alle diseguaglianze e alle povertà e che ancora tante donne sono escluse dal lavoro, e la marginalità femminile costituisce uno dei fattori di rallentamento del nostro sviluppo, oltre che un segno di ritardo civile, culturale, umano. Le diseguaglianze non sono il prezzo da pagare alla crescita. Sono piuttosto il freno di ogni prospettiva di crescita. Dignità è opporsi al razzismo e all’antisemitismo, aggressioni intollerabili, non soltanto alle minoranze fatte oggetto di violenza, fisica o verbale, ma alla coscienza di ciascuno di noi. Dignità è impedire la violenza sulle donne, profonda, inaccettabile piaga che deve essere contrastata con vigore e sanata con la forza della cultura, dell’educazione, dell’esempio. Dignità è non dover essere costrette a scegliere tra lavoro e maternità...”. E’ noto che l’Unione europea si ispira ai valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Trattasi di valori comuni a tutti gli Stati dell’Unione, che dovrebbero realizzare una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini. L’Unione europea è chiamata anche a un compito di vigilanza sulla salvaguardia e sullo sviluppo di tali valori, ulteriormente ribaditi e specificati tra i diritti, le libertà e i principi sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea («Carta»). Come si vede, dunque i valori elencati si traducono anche in diritti e costituiscono il pilastro su cui si regge l’Unione europea. Se rispetto dei diritti significa che, in ambito europeo, tutti i cittadini debbono poter esercitare i loro diritti di cittadinanza e avere la certezza di poter riporre la loro fiducia nella parità di accesso alle professioni, senza alcuna discriminazione, indipendentemente dallo Stato dell’Unione in cui si trovano, ritengo che il valore della pari dignità del lavoro femminile e della lotta alle discriminazioni di genere sia ben lungi, a tutt’oggi, dall’essere compiutamente realizzato. Colpiscono le parole del Presidente della Repubblica, allorquando ha correttamente evidenziato che dignità “è il non dover essere costrette a scegliere tra lavoro e maternità”; la “marginalità” femminile è infatti uno dei fattori di rallentamento del nostro sviluppo, oltre che un segno di ritardo civile, culturale, umano. Al Sud succede spesso, e non costituisce neanche una scelta: non vi sono né lavoro né servizi per le madri, considerato anche il rapporto tra posti disponibili negli asili nido e bambini da 0 a 3 anni. E tanto nonostante l’impegno del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza per le donne del Mezzogiorno, (che vede l’obiettivo di una crescita del 5,5% dell’occupazione femminile da qui sino al 2026). La questione meridionale femminile costituisce infatti un vero e proprio “gap” con il resto d’Italia e d’Europa, difficilmente colmabile. Mancano gli investimenti, a partire da settori a prevalente occupazione femminile. Manca soprattutto il welfare. Non ci sono asili nidi e strutture di sostegno che possano finalmente liberare il tempo delle donne, dando loro opportunità occupazionali; un tasso di occupazione che risulta la metà di quello del Nord e dell’Europa significa metà reddito per le famiglie, metà consumi, metà investimenti nell’istruzione dei figli: in una parola, metà benessere e, con esso, assenza di una piena partecipazione politica, sociale ed economica delle donne alla società. Costituisce un dato statistico che, ad esempio, in Italia lavora al Sud una donna su tre, il 33% contro il 50,5% nazionale appena certificato da Istat; in Campania e in Sicilia, i dati sono ancora peggiori e va così da sempre. Se dunque la promozione della parità di genere e dell’integrazione della dimensione di genere (in tutte le attività) è, per l’Unione europea, un compito centrale, oltre che un fattore di crescita economica e di sviluppo sociale, in Italia e specialmente al Sud, si è ancora molto lontani dalla realizzazione di tale parità. Basti pensare agli stereotipi ed alla discriminazione silenziosa che subiscono le donne e le ragazze nella parità di accesso al lavoro, gli ostacoli allo sviluppo della carriera in tutti i settori, ad esempio nei settori relativi alla scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. Eppure, le donne ormai costituiscono la maggioranza dei vincitori nei concorsi in magistratura, come pure negli altri settori, dove ormai non si contano più le donne ai vertici di interi strategici settori, compresa l’imprenditoria, prima appannaggio esclusivo del genere maschile. E, tuttavia, la parità di genere non può dirsi affatto realizzata. L’equilibrio tra vita professionale e vita privata, l’equa condivisione tra uomini e donne dei carichi non retribuiti di lavoro domestico e cura dei bambini, degli anziani e di altre persone a carico, costituiscono fattori che, pur intrinsecamente connessi al conseguimento della parità di indipendenza e partecipazione economica e al conseguimento della parità tra donne e uomini, rappresentano un ostacolo alla realizzazione della piena parità di genere nel mercato del lavoro. Il part-time al sud è infatti il contratto di lavoro più gettonato, ma non per scelta; è quasi sempre involontario, e utilizzato per sopperire ai delicati equilibri di lavoro domestico e cura dei bambini, oltre che degli anziani. A tanto, devono aggiungersi le discriminazioni rappresentate da barriere culturali, oltre che la violenza di genere, che costituisce una grave violazione dei diritti fondamentali e permane in tutta l’Unione purtroppo, non solo in Italia, con gravi ripercussioni sulla salute fisica, mentale e psicologica delle vittime e sulla società, nel suo insieme. Deve pertanto puntarsi sul rilancio di tale valore (quello della dignità umana e della lotta alle diseguaglianze sociali, specialmente quella femminile), e puntare su tale valore – a mio avviso - può essere una chiave di rilancio non solo per l’occupazione, ma anche per fare ripartire il Paese gravemente scosso dalla pandemia. A mio parere, il primo profilo sul quale puntare è l’istruzione. E’ di questi giorni, purtroppo, la notizia di un’ispezione presso un liceo di Cosenza per abusi di docenti nei confronti di studentesse. Al sud, poi, come in altri paesi dell’unione, le giovani meridionali abbandonano prima delle altre gli studi, con una media del 15% contro il 9% delle coetanee al Nord e nel resto d’Europa. Dunque, si diceva l’istruzione e, in particolare, gli investimenti sull’istruzione, rappresentati da fondi per l’edilizia scolastica, che prevedano mense e palestre, in modo da realizzare effettivamente il tempo pieno. Il secondo punto sul quale puntare è il welfare, che dovrebbe andare dall’offerta di asili nido alla costruzione di veri e propri centri di aggregazione, che possano liberare migliaia di posti di lavoro a maestre e pedagoghe e consentire alle madri di cercarsi un lavoro. Verrebbero così associati diritti e sviluppo; verrebbero colmati vuoti di organico, con bandi pubblici che dovrebbero riservare quote per l’assunzione delle donne, in modo da abbattere il tasso di disoccupazione. Il terzo fattore (sul quale investire per realizzare il valore della parità di genere) è la lotta contro ogni forma di violenza di genere e di molestie nei confronti delle donne. La convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul) definisce la violenza nei confronti delle donne come tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare alle donne danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata. Ma l’approccio deve essere necessariamente multidimensionale, non può essere solo giudiziario. Il primo profilo da utilizzare dovrebbe essere quello del contrasto, fin dalla prima infanzia, agli stereotipi legati al genere, nonché tutte le forme di incitamento all’odio e la violenza online. E’ evidente che le donne siano esposte a un rischio maggiore di subire violenza, in particolare nel contesto delle relazioni familiari e intime. Allora è fondamentale, per lo Stato italiano ed europeo, concedere finanziamenti alle organizzazioni della società civile che promuovono la parità di genere, promuovono i diritti delle donne, compresi i diritti e la salute. Ad esempio, i finanziamenti Daphne nel lontano 1997 per prevenire e contrastare la violenza contro i bambini, i giovani e le donne e per proteggere le vittime, sono stati un vero successo, sia in termini di popolarità che in termini di efficacia dei progetti finalizzati alla sensibilizzazione. Il primo punto da realizzare è dunque quello della sensibilizzazione al problema. Il secondo, quello di prestare servizi di sostegno alle vittime di violenza domestica, violenza sessuale, atti persecutori (stalking), alle nuove forme di violenza emergenti, come bullismo e molestie online. Dunque, dotazioni di bilancio e di fondi per le attività che attuano l’obiettivo di prevenire e contrastare tutte le forme di violenza di genere. Il terzo punto sul quale lavorare è quello di porre in essere azioni tese a prevenire e contrastare ogni forma di discriminazione, intolleranza e violenza di genere, anche assistita. Sul punto, molto si è fatto: al fenomeno dei reati in materia di violenza di genere contro le donne e di violenza domestica è stata riservata, da tempo, particolare attenzione dal legislatore italiano e dai giudici nazionali nell’ottica di potenziare l’efficacia della riposta giudiziaria in questo settore in una prospettiva non solo repressiva, ma di tutela preventiva delle vittime. Ma se è vero che, sul versante organizzativo, sono stati definitivi obiettivi di specializzazione dei magistrati addetti e criteri di priorità nella definizione dei procedimenti, la drammatica recrudescenza dei fenomeni delittuosi riconducibili a quest’area, rendono del tutto evidente il fallimento, allo stato, degli strumenti messi in campo per prevenire tali fenomeni. Vi sono state persino decisioni della Corte EDU che hanno condannato l’Italia al risarcimento dei danni per aver reso inefficaci le norme, presenti nel nostro ordinamento, utili al contrasto di detto fenomeno criminoso, non avendole applicate in modo tempestivo e adeguato, con ciò dimostrando un’insufficiente competenza professionale nell’apprezzare la natura e il potenziale lesivo di tali forme di violenza. La Corte EDU, accogliendo i vari ricorsi presentati da donne vittime di violenza, ha ritenuto la violazione degli artt. 2 (diritto alla vita) e 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti), riconoscendo la discriminazione sulla base del genere (art. 14) in ordine al godimento dei diritti sanciti dalla Convenzione: dopo aver rimarcato la gravità della violenza domestica e di genere e sottolineato l’elevato grado di attenzione che essa richiede, ha ritenuto responsabili le autorità italiane. Le linee guida elaborate dalla Procure della Repubblica e le buone prassi relative ai procedimenti in materia di reati di violenza di genere e domestica, anche allo scopo di allineare l’intervento giurisdizionale in questo settore agli standard europei, non bastano e sinora non hanno dati gli esiti sperati. Occorre dunque un cambio di rotta che assicuri efficacia alle strategie di intervento a tutela delle vittime di questi reati. Una risposta dello Stato che ambisca ad essere realmente efficace, richiede misure multisettoriali, non solo misure cautelari e giudizi penali; il rischio, in concreto avveratosi, è che le violenze non denunciate giungano a tragici epiloghi per i tempi che richiede il vaglio investigativo della notizia di reato. La risposta deve provenire da tutti i settori; servizi sociali, comuni, consultori, in grado di contribuire a svelare, in tempo utile, forme sommerse di violenza, nonché una magistratura culturalmente avanzata nell’approccio al fenomeno della violenza di genere e domestica. Gli standard europei richiedono dunque un nuovo approccio, non solo una risposta giudiziaria tempestiva. La tutela deve essere integrata, con il coinvolgimento di strutture estranee al circuito giudiziario (in particolare, le strutture sanitarie, le case- famiglia, i centri antiviolenza e le case rifugio), contatti con personale specializzato, limitazione dei contatti con la vittima, prevedere corsie preferenziali per la trattazione di questi procedimenti. Ecco, questi sono gli strumenti che io adotterei per rendere effettivi il valore del rispetto della dignità umana, dei diritti e dell’uguaglianza delle donne. Molto è stato fatto e molto ancora si farà; la situazione è a macchia di leopardo. Molti settori sono avanti, altri più indietro. Di sicuro, le donne sono divenute parte importante in tutti i settori e modello da prendere in altri ambiti. Ma è del tutto evidente che, nel 2022, pretendere, per una donna che ha un ruolo professionale in un locale di vestire in un certo modo (sono di questi giorni le dimissioni di una sommelier perché rifiutava di portare un certo dress code) significa ancora essere molto lontani dall’obiettivo, e questo deve costituire lo sprone per vincere nuove sfide, e molte battaglie ancora. I cittadini dovrebbero sentirsi tutti a loro agio quando vivono, viaggiano, studiano, lavorano; vedere riconosciuti ed esercitare tutti i loro diritti di cittadinanza e avere la certezza di poter riporre la loro fiducia nella parità di accesso ai diritti e nella loro piena applicazione e tutela, senza alcuna discriminazione, indipendentemente dallo Stato dell’Unione in cui si trovano. Ma, sul punto, evidentemente, c’è ancora molto da lavorare. Giulia Maffei, Elisa Fanelli Studentesse SCOPSI Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari                        

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