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VIVERE PER LAVORARE O LAVORARE PER VIVERE?

 

L’avvento della pandemia causata dal virus Covid-19 ha stravolto il mondo del lavoro. Secondo l’associazione per lo sviluppo del lavoro, circa il 27% dei dipendenti che ha lavorato in modalità smartworking durante il periodo di lockdown, ha dedicato quasi tutto il proprio tempo libero al lavoro, con conseguenti problemi di salute mentale. A fronte di tali rischi, dal 1 febbraio 2022 in Belgio è stato introdotto il “diritto alla disconnessione” che riguarda circa 65mila lavoratori, i quali non dovranno più rendersi disponibili oltre il proprio orario di lavoro. Tale diritto nasce dall’idea di dover evitare danni alla salute psico-fisica dei dipendenti.

La crisi pandemica ha solo anticipato una serie di misure e di tutele necessarie nei confronti dei lavoratori che ad oggi non sono più prorogabili. La piccola rivoluzione che ha già preso piede da qualche tempo e che sta continuando ad affermarsi, riguarda la possibilità di ridurre la settimana lavorativa senza modificare lo stipendio mensile. Le ragioni che stanno portando allo sviluppo di questa idea sono determinate dalle condizioni di malessere in cui si trovano oggi i lavoratori. Secondo una ricerca condotta dall’OMS in collaborazione con l’International Labour Organization, circa 488 milioni di persone nel mondo lavorano per più di 55 ore a settimana. Ciò significa che c’è gente che vive con l’unico scopo di lavorare.

Questa è stata una delle cause che ha spinto diversi giapponesi al suicidio, le cosiddette “morti per troppo lavoro”. È per questo motivo che il Giappone, affiancato dal Sud Corea, ha sperimentato l’introduzione di una nuova settimana lavorativa più breve al fine di ridurre il numero di decessi causati dal troppo lavoro. La ricerca è stata effettuata su 2300 dipendenti della grande azienda Microsoft, ai quali è stato concesso di poter lavorare 4 giorni su 7 ad un orario ridotto. I risultati hanno mostrato un aumento della produttività del 40% ed una diminuzione di emissioni di CO2 del 20% e, di conseguenza, una riduzione dell’inquinamento. Un successo inaspettato che ha incoraggiato altri paesi nel mondo a seguire questo esempio. La stessa azienda giapponese Panasonic, ha cavalcato quest’onda dando la possibilità ai dipendenti di lavorare solo quattro giorni per un periodo di prova di un mese, in quanto secondo il CEO dell’azienda Kusumi Yuki, “è necessario pensare anche al benessere dei lavoratori”.

Nei paesi del nord Europa sono stati effettuati diversi studi che testimoniano gli effetti promettenti dell’introduzione di un orario e di una settimana ridotti. I primi a provarci sono l’Islanda, la Finlandia e la Scozia. Quest’ultima in particolare sta provando a garantire un futuro migliore ai propri cittadini in collaborazione con il sindacato, soprattutto in questi ultimi tempi post pandemia in cui  si sta ritenendo necessario un cambiamento a seguito delle nuove forme di impiego come lo smart working poiché non è facile distinguere vita lavorativa da casa e riposo. Secondo un sondaggio pubblicato su THINK TANK IPPR Scotland, l’idea di una settimana lavorativa più breve è supportata dall’80% dei lavoratori, i quali si sentirebbero più motivati e avrebbero una vita privata più soddisfacente. Secondo i dati OCSE, in Italia si lavora molto di più che nel resto d’Europa e il pensiero che l’età pensionabile si sia spostata verso quasi i 70 anni, scoraggia profondamente i neoassunti.

La frustrazione dei lavoratori, obbligati a seguire un orario di  lavoro nato nel 1800 e non più adatto alle esigenze di vita moderne, deriva dal fatto di non poter dedicare le giuste attenzioni alla famiglia e di non avere abbastanza tempo per hobby e per sé stessi. È necessaria una riorganizzazione aziendale a livello europeo e, in un’ottica più ampia, a livello mondiale perché nel 2022 non è più concepibile seguire uno stile di vita lavorativo imposto ormai due secoli fa. Quindi perché aspettare se paesi importanti e tradizionalmente legati al lavoro come il Giappone si stanno già muovendo verso il futuro?

A cura di Maristella Lorusso, studentessa SCOPSI, Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”

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