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L’altra faccia del Covid


Siamo in un mondo segnato dall’emergenza sanitaria. Gli ultimi due anni sono stati devastanti ed hanno portato problematiche su diversi piani, soprattutto a livello sociale e mentale. Le persone colpite dal virus sono state spesso etichettate, rifiutate, discriminate, a causa del legame percepito con la malattia. Queste discriminazioni possono avere effetti negativi non solo sui pazienti, ma anche sulle loro famiglie, sui loro amici e sulla loro comunità. Molte volte chi si è ammalato di CoViD-19 può provare vergogna, colpa e senso di isolamento. Due anni di pandemia hanno cambiato le nostre abitudini ed il nostro modo di vedere la società, il mondo. Il linguaggio svolge un ruolo fondamentale nell’alimentare, o ridurre, stereotipi e pregiudizi. È necessario promuovere la solidarietà collettiva e la cooperazione sociale per prevenire la trasmissione della malattia e alleviare le preoccupazioni delle comunità.

Tutto ciò ha un peso soprattutto sulle giovani generazioni. I disagi dei disturbi psichiatrici in età pediatrica ed adolescenziale sono in aumento. Così come sono aumentate le richieste d’aiuto da bambini e bambine, ragazzi e ragazze. A segnalarlo non sono solo le famiglie, ma anche le scuole e le università. Il covid ha segnato per sempre il nostro modo di relazionarci agli altri, la nostra sfera sociale, le nostre amicizie. Porta ad accusare maggiormente la fatica sul lavoro e nello studio. Depressione, ansia, disturbo post traumatico da stress, insonnia, rabbia: questi sono solo alcuni (i più diffusi) dei disturbi psichiatrici provocati dal covid. I soggetti che risultano essere più esposti a questi rischi sono coloro che hanno vissuto la malattia in prima persona, vivendo quindi il contagio o che hanno avuto persone vicine malate o decedute, coloro che hanno perso il lavoro, o coloro che si sono trovati a dover vivere per lungo tempo in ambienti ristretti. Altra importante conseguenza della pandemia: la cosiddetta nebbia cognitiva post Covid. I suoi sintomi possono durare anche alcuni mesi dopo la guarigione. Si tratta di confusione mentale, difficoltà di concentrazione, amnesie, stanchezza cronica, senso di smarrimento.

La crisi scoppiata col Covid-19 è stata particolarmente difficile per le persone che necessitano di servizi psichiatrici e psicologici. Già prima della pandemia, le risorse per l’assistenza mentale in Europa erano insufficienti. Ma il Covid-19 ha reso ancora più difficile l’accesso alle cure. Circa il 75% dei servizi di psichiatria è stato erogato per via telematica, ma non sempre questa si rivela un’opzione valida. Tre su quattro servizi di igiene mentale che sono stati sospesi in Europa a causa della crisi da Covid-19.
Si tratta di un vero e proprio “SOS pazienti psichiatrici”: la pandemia sta mettendo in crisi i servizi dedicati alla salute mentale. Una terapia online può portare sicuramente dei benefici, ma gli esperti sottolineano l’urgenza per le persone affette da patologie gravi, di un sostegno continuo. L’assistenza sanitaria da remoto ha dei limiti, non può essere praticata con la stessa efficacia con tutti i pazienti. Secondo i dati Eurostat 2018, i paesi europei con il maggior numero di psichiatri per 100mila abitanti erano Germania (27,45 per 100mila abitanti), Grecia (25,79) e Paesi Bassi (24,15); mentre Polonia (9,23), Bulgaria (10,31) e Spagna (10,93) hanno al contrario il minor numero di psichiatri in rapporto alla popolazione. In questo quadro l'Italia si trova nel mezzo, con 17,08 psichiatri ogni 100mila abitanti.
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha lanciato un allarme sull’impatto psicologico che l’emergenza in corso avrà, non solo su chi ha già patologie, ma su tutti gli individui: si teme un’ondata di problemi psichici.

Ogni nostra abitudine passata sembra essere un sogno lontano nel presente. Andare a scuola, salutarsi, persino parlare. Tutto è diverso, tutto è diventato più freddo e distaccato. È come se si fosse persa la fiducia nei confronti di chiunque, perché chiunque può metterci in pericolo. Chiunque può infettarci o essere infettato. La comunicazione è stata spesso usata per fare terrorismo psicologico e in molti casi è riuscita nel suo intento. Avere paura di uscire di casa, di andare a trovare i parenti, di abbracciare i propri nonni. Avere paura di farsi male, ma soprattutto di fare del male agli altri. Sentirsi in pericolo ma al tempo stesso sentirsi un pericolo. Evitare di incontrare gente, di fare viaggi. La mascherina è diventata parte di noi ormai, nascondendo i volti ed i sorrisi. Anche l’ambiente scolastico è diventato più freddo. Sono anni, esperienze, emozioni che non torneranno mai indietro. Il Covid ci ha cambiati, ci ha fatto vivere anni di terrore, ma ci ha anche svuotati. Una pandemia può generare un forte disagio emozionale. Si tratta di un evento traumatico, produce un senso di fragilità e incertezza, che in alcune persone può direttamente incrementare un senso di ipocondria. La quarantena e più in generale l’isolamento sociale producono cambiamenti fisiologici e sociali, ad esempio del ritmo sonno-veglia, dell’attività fisica, dell’alimentazione, dell’esposizione alla luce solare. Sono tutti elementi che possono avere un impatto diretto sul nostro cervello emotivo.

È difficile trovare una soluzione a tutto ciò, anche perché la soluzione è personale per ogni individuo, per quanto si possa intervenire genericamente. Bisogna, però, riconoscere la necessità di rafforzare alcuni reparti della sanità che vengono spesso dimenticati. Il Covid non è solo malattia fisica. E, per tanto, deve essere curata in ogni suo aspetto.

Arconzo Mariaconcetta

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